La Farfalla (Nov
- Dic 2004 N° 72)
Bolivia
testo e foto di Aurelio
Valentini e Rosalba Luppola
tel. 335357263
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Il nostro viaggio in America del Sud prosegue
e dopo il resoconto sull’Argentina del nord,
già pubblicato sulla Farfalla e sul sito dell’Assocampi,
troverete qui di seguito le impressioni e le emozioni
avute nel visitare una nazione poco conosciuta come
la Bolivia, ma non per questo meno interessante, anzi.
Attualmente i 3 Daily Iveco 4x4 si trovano a Belem,
nel nord est del Brasile vicino alla foce del Rio
delle Amazzoni, dopo aver attraversato, in più
periodi, anche il Cile, il sud dell’Argentina,
inclusa la Patagonia e la Terra del Fuoco, l’Uruguay,
il Paraguay, e buona parte del Brasile, Pantanal ed
Amazzonia compresi.
In dicembre e gennaio p.v. verrà visitata tutta
la parte atlantica del Brasile da Belem fino a Rio
de Janeiro.
Anche in questo caso non verrà fatto un diario
del viaggio nella sua esecuzione temporale che potrebbe
risultare noioso, ma evidenziate una serie di notizie
ed impressioni che, si spera, diano una conoscenza,
anche se necessariamente sommaria, della Bolivia.
La Bolivia si può considerare il Tibet del
continente americano sia per l’altezza delle
sue montagne che per l’isolamento del paese
racchiuso, non avendo sbocco a mare, tra la Cordigliera
Andina ad ovest ed il bacino amazzonico ad est. Ha
una superficie di quasi 1.100.000 kmq (pari a circa
3 volte e mezza l’Italia) ed una popolazione
di circa 8.000.000 di abitanti.
Entrati in Bolivia dall’Argentina si è
avvertita subito una netta differenza come se si fosse
usciti da un paese europeo ed entrati in uno del 3°
mondo; a cominciare dalla popolazione con caratteri
somatici prevalentemente indios. L’abbigliamento
femminile è molto particolare con una gonna
molto corta e pieghettata, pollera, che ha un ondeggiamento
strano con l’incedere della persona. Il corpetto
di lana , chompa, è molto variopinto e sul
capo trova posto un curioso cappello di foggia maschile.
Le strade sono tutte sterrate ed in pessimo stato,
ma con la particolarità che bisogna comunque
pagare continui pedaggi sia statali che comunali.
Somme di modestissimo valore, intendiamoci, ma che
è bene corrispondere facendo molta attenzione
a non passare oltre tutta una serie di casupole fatiscenti
ove trovano posto gli esattori.
Il paese è estremamente povero e lo si vede
dalla mancanza di veicoli privati in circolazione;
dalle condizioni della gente e dalle case che abitano.
E pensare che per le ricchezze del sottosuolo è
uno dei più ricchi dell’area.
Non so se si è seguita ultimamente la sommossa
che ha fatto fuggire negli Stati Uniti l’ultimo
Presidente a causa della vendita, o meglio della svendita,
del gas naturale boliviano a tutti i paesi confinanti
invece che sfruttarlo per lo sviluppo del paese produttore.
L’elemento scatenante che ha dato origine ai
disordini è stato il conoscere che una delle
destinazioni del gas era verso il Cile, nemico storico
specie dopo ”la guerra del Pacifico” avvenuta
nel 1800 che è finita con l’annessione
al Cile di tutti i territori boliviani sulla costa.
In questi giorni, addirittura con la mediazione del
Vaticano, si sta tentando di far riavere uno sbocco
a mare alla Bolivia.
Oggi le merci arrivano via fiume dall’Oceano
Atlantico con la risalita, da parte delle chiatte,
del Rio delle Amazzoni e sue diramazioni. Anche perché
via terra il trasporto merci è quasi impossibile
in quanto è un continuo saliscendi su tornanti
pericolosi, specie con le piogge, da 4.000 m a fondo
valle per poi risalire subito dopo. Non ci sono ponti
né gallerie e si guadano continuamente fiumi
o si aspetta il momento migliore per guadarli.
Lette queste poche righe uno si potrebbe chiedere
perché andare in Bolivia? Cercherò di
spiegarlo con la rappresentazione di momenti emblematici
del viaggio.
SICUREZZA
Pur avendo sopportato a Sucre, splendida città
coloniale a 2.800 s.l.m., un furto in due dei nostri
veicoli, la Bolivia viene considerato, a ragione,
uno dei paesi più sicuri dell’America
Latina. Viene definito muy tranquillo. I reati gravi
sono molto rari. Si incontrano per lo più piccoli
contrattempi con gli esattori dei pedaggi che cercano
di personalizzare un po’ troppo l’esazione
o con poliziotti troppo “ interessati”.
Di contro tanta disponibilità ed amicizia dalla
gente.
MAL DI MONTAGNA o SOROCHE
Bacino amazzonico a parte, la maggior parte della
popolazione vive sopra i 3.000 metri di altezza con
punte oltre i 5.000. L’ebollizione dell’acqua
non avviene a 100°, ma intorno agli 85°/88°C.
Anche il corpo umano fatica ad acclimatarsi. E’
sconsigliabile iniziare un tour in automobile subito
dopo essere arrivati in aereo. Gli alberghi sono attrezzati
con bombole di ossigeno. Salire di quota per gradi
invece non ti salva del tutto dal soroche ma riduce
di molto rischi più gravi.
Comunque al di là della più fornita
scorta di medicinali, di sintesi chimica, al seguito,
il vero antidoto, mutuato dai locali, è il
mate di coca (infuso caldo di foglie di coca), oppure
masticare direttamente le foglie di coca in bocca,
di sgradevole sapore ma di indiscussa efficacia.
Del resto Mama Coca è onorata come figlia di
Pachamama, madre terra, e la coca è considerata
un dono concesso agli esseri umani per scacciare le
forze del male dalle case e dai campi.
Purtroppo si tende a criminalizzare un prodotto della
terra con l’uso distorto che si fa dello stesso.
Ed ai poveri campesinos è stata vietata o ridotta
drasticamente la coltivazione della pianta di coca
incentivandoli a sostituirla con altri prodotti “graditi“
ai paesi occidentali. E’ così accaduto
che alla difficoltà di produrre, a quelle altitudini,
le coltivazioni “consigliate” si è
aggiunta la difficile assimilazione delle stesse rispetto
alle proprie abitudini secolari; oltre all’impossibilità
del trasporto dei prodotti sia per la morfologia del
terreno che per la carenza di mezzi di trasporto.
Durante il viaggio non ho visto Boliviani drogati,
ma tanti Boliviani poverissimi.
SENTIERI INCAS
I più bei percorsi sulle Ande Boliviane ricalcano
le strade costruite dagli Incas.
Sono ancora oggi considerate opere di alta ingegneria
che collegavano località lontanissime tra di
loro, con un tracciato a volte veloce e lastricato,
a volte a gradini di roccia per superare dislivelli
notevoli. I fiumi venivano passati con lunghi ponti
sospesi costruiti con fibre ritorte di una pianta
simile al cactus. Gli Incas non conoscevano l’uso
della ruota, pertanto tali strade erano percorse
solo a piedi con un sistema di staffette molto veloci
che garantivano le comunicazioni in tempi brevi. Ma
questi percorsi
sono stati purtroppo una delle cause della loro rovina,
in quanto sono stati usati dai Conquistadores spagnoli
per penetrare verso l’interno dalla costa e
così distruggere o ridurre in schiavitù
le popolazioni.
CAMELIDI ANDINI
Sono quattro i superstiti: il Lama, il Guanaco, l’Alpaca
e la Vigogna.
Sono tutti commestibili e la loro pelle o lana ha
sempre avuto grande importanza non solo a quelle latitudini.
Il lama e l’alpaca sono allevabili in cattività,
ma mentre il primo è considerato animale “da
soma” e con una pelliccia meno pregiata, il
secondo invece, l’alpaca, ha bisogno di pascoli
verdi per produrre la sua lana pregiatissima. Il guanaco
vive soprattutto nella Patagonia argentina piuttosto
che sulle Ande, mentre la Vigogna vive oltre i 4.000
metri, in piccoli gruppi difficilmente avvistabili.
Gli Inca li proteggevano con apposite leggi. Ma con
l’avvento degli Spagnoli vi fu una caccia scellerata
che portò, ad esempio, la vigogna al rischio
di estinzione: si passò dai 2.000.000 di esemplari
a circa 10.000. Solo negli ultimi anni con apposite
leggi protettive il numero sta aumentando. Nel viaggio
ho avuto modo di incontrarli e fotografarli tutti
con mio sommo piacere.
IMPRONTE DI DINOSAURI
Nelle vicinanze di Sucre, all’interno
di una cava di cemento tuttora in funzione, si trovano
centinaia di impronte di Tirannosauri come di altri
Dinosauri, sia carnivori che erbivori (lo si distingue
dal tipo di impronta: ungulata i primi o circolare
tipo elefante i secondi), risalenti a 60 milioni d’anni
fa.
La particolarità è data dal fatto che
le impronte, a suo tempo impresse orizzontalmente
sul terreno acquitrinoso, oggi appaiono verticalmente
sulla parete della montagna.
Questo è dovuto all’innalzamento successivo
delle Ande. Si possono così rimirare nel loro
insieme come in un grande schermo.
POTOSI’.
Non so se al lettore questo nome dica oggi qualcosa,
ma stiamo parlando di una città a suo tempo
molto importante anche per l’Europa del 1660
e 1700.
E’ la più alta città del mondo
con i suoi 4.070 metri di altezza, fondata in prossimità
del Cerro Rico, una montagna che la sovrasta. Montagna
che era letteralmente ripiena di argento, tanto che
dalle sue vene ne è stato estratto talmente
tanto da finanziare la Corona di Spagna per quasi
tre secoli. E come spesso succede, tutti ne trassero
giovamento, finanche i pirati di tutte le nazionalità
che depredavano i galeoni spagnoli, ma non certo gli
indigeni boliviani.
Anzi le leggi spagnole dell’epoca al motto “scendi
e scava” costrinsero migliaia di schiavi indios
a lavorare in miniera, con grave rischio della vita
sia per gli incidenti che per la silicosi polmonare.
Morirono talmente tanti indigeni che la Monarchia
Spagnola si vide “costretta” ad importare
milioni di schiavi africani molto più robusti.
Con la Ley della mita del 1572 fu prescritto che tutti
gli indios e gli schiavi africani con età superiore
ai 18 anni dovevano lavorare in miniera 12 ore al
giorno alternandosi, per un periodo di 4 mesi consecutivi.
Quelli che resistevano dopo tale periodo erano destinati
alle fonderie ove era previsto, per la fusione, l’uso
del mercurio. Nei tre secoli di dominio coloniale,
dal 1545 al 1825, si calcola che nelle miniere di
Potosì siano morti circa 8 milioni di persone.
In quel periodo la città crebbe talmente da
raggiungere i 200.000 abitanti trasformandosi in una
delle città, a quel tempo, più popolose
del mondo. Furono costruite più di 80 chiese
oltre a palazzi signorili ed addirittura una zecca.
Ma l’argento finì e tutto fu travolto
nell’oblio e nella povertà che ne conseguì.
Solo ultimamente alcune cooperative di minatori riescono
a sopravvivere estraendo lo stagno.
Certo visitandola oggi, al di là della immagine
polverosa, si ammira ancora ciò che rimane
di quella che è stata una importante città
coloniale ricca, come detto, di chiese, palazzi ed
architetture
MISSIONI GESUITICHE
Parlando di schiavitù non si può
non accennare a cosa è stato e cosa ha prodotto
l’incontro dei Gesuiti con gli indios amazzonici.
Il grande pubblico probabilmente è venuto a
conoscenza del problema vedendo il film “ Mission
“.
In sintesi la Compagnia di Gesù, inserendosi
tra gli Spagnoli, che praticavano l’encomiendas,
ed i Portoghesi che praticavano la schiavitù,
penetrò nella foresta amazzonica, fondando
missioni. L’encomiendas era una legge spagnola
che prevedeva che gli indios dovevano lavorare per
i Conquistadores ricevendo in cambio il solo insegnamento
della lingua spagnola e della religione cattolica,
oltre che il cibo.
Ogni missione divenne una esperienza di vita comunitaria
regolata secondo il criterio della gerarchia. A ciascuna
di queste missioni, reducciones, veniva assegnata
un’unità militare che provvedeva alla
difesa contro incursioni soprattutto dei Portoghesi
attratti da una così alta concentrazione di
potenziali schiavi. La vita all’interno delle
reducciones era amministrata congiuntamente da 2 o
3 gesuiti e da un consiglio di 8 indigeni rappresentanti
di specifiche tribù, che si riunivano ogni
giorno per controllare ed indirizzare la vita comunitaria.
I gesuiti non imposero brutalmente i loro dettami,
ma furono saggi nell’ascoltare i consigli degli
indigeni riuscendo così ad adattarsi ed a sopravvivere
al difficile ambiente tropicale.
Oltre all’avventura economica e religiosa, scambio
di traffici tra missioni ed indottrinamento religioso,
i gesuiti promossero attività culturali e di
lavoro facendo diventare artigiani provetti, nella
lavorazione dei tessuti, del legno e dell’argento,
dei Semi Nomadi dediti, fino ad allora, alla caccia
ed alla raccolta di semi e frutti.
Questi eccelsero, soprattutto, nella costruzione di
chiese e di strumenti musicali. Ciascuna missione
aveva una sua orchestra che eseguiva brani musicali
classici europei. Ancora oggi si può essere
testimoni di tali concerti.
Ma la potenza, anche militare, dei gesuiti dava fastidio
sia alle monarchie europee che ai colonizzatori, e
quando in Europa ci fu l’unificazione del regno
portoghese con quello spagnolo, Carlo III nel 1768
sciolse le missioni ed espulse tutti i gesuiti dal
Sud America.
Finiva in questo modo una esperienza unica durata
150 anni che aveva sperimentato una regolamentazione
di vita sociale pacifica a tutt’oggi insuperata
in quella parte del globo.
Le missioni furono difese dai gesuiti anche con le
armi, ma nulla poterono.
Degli indigeni molti morirono, molti furono fatti
schiavi e molti si rifugiarono nella foresta più
profonda. .
Oggi rimangono i resti più o meno ben conservati
delle chiese e dei fabbricati annessi. In Bolivia
però, a differenza di quelle in Brasile ed
Argentina o Paraguay che sono in muratura, le chiese
sono tutte in legno, sia all’interno che all’esterno,
ed appaiono bellissime.
SALARES
Finisco queste mie impressioni parlando di quello
che è stato il motivo principale del mio viaggio
in Bolivia : il deserto di sale.
Con il mio 4x4 ho praticamente attraversato tutti
o quasi i deserti sabbiosi o pietrosi del mondo, ma
mi mancava il deserto di sale. E quello boliviano,
el salar de Uyuni, è qualcosa di unico ed insuperato.
Se poi il tutto è abbinato alla pista delle
lagune colorade allora si è raggiunto il top
del viaggio d’avventura, a mio modesto parere.
Ma andiamo con ordine.
Il salar di Uyuni ha una estensione di 12.106 kmq;
si calcola che contenga almeno 10 miliardi di tonnellate
di sale. Attualmente ne vengono estratte, in un anno,
circa 20.000 tonnellate, che, opportunamente iodizzato,
viene poi commercializzato.
Il salar si percorre in lungo ed in largo per centinaia
di km, dando al viaggiatore una sensazione unica.
Sembra di essere in un mare, tanto che anche la terminologia
dei luoghi è marinara. Ad esempio al centro
del salar vi sono diverse isole, isla del pescado,
isla Inca Huasi, che, nonostante siano circondate
da tanto sale, sono ricoperte da cactus e ci vive
una specie di roditore. Sulle rive di queste isole
si trovano frammenti di corallo, segno che questo
territorio una volta era completamente ricoperto dalle
acque.
Dimenticavo di dirvi che il tutto si trova a quasi
4.000 metri di altezza in una zona poco abitata, senza
alberi, ma con cieli limpidi che più azzurri
non si può. Nel salar si trova una locanda
costruita con mattoni di sale, così come le
sedie, i tavoli ed i letti. Una sera ci abbiamo mangiato
e pur, nella totale assenza di umidità, abbiamo
avvertito un freddo cane.
Il clima qui merita un discorso a parte in quanto
mentre di giorno si raggiungevano i 15°C, di notte
la temperatura scendeva anche a -17°C. Le nostre
Webasto, per fortuna, hanno funzionato egregiamente.
Non altrettanto le batterie delle macchine. Tanto
è vero che la sera si orientavano i Daily verso
levante in modo che la mattina, alzandone i cofani,
si aspettava che il motore venisse scaldato dal sole.
Una menzione ritengo sia dovuta al nostro compagno
di viaggio Giuseppe, di 78 anni, che viaggiava con
la sua Toyota e tenda Maggiolina sul tetto. Ha sempre
dormito nella sua tenda, anche a -17°C senza sentire
i nostri inviti ad approfittare della comodità
del camper. Sia lui che la macchina non hanno mai
avuto né creato problemi a chicchessia.
Il piano del salar non è liscio ma, come vedete
dalle foto, è sagomato in figure poligonali,
soprattutto esagonali, ove il perimetro è delineato
da un bordo rialzato di sale.
Il salar è circondato da tutta una serie di
vulcani in attività che sbuffano e che rendono
il panorama appagante per la vista come poche altre
cose al mondo.
Certo non è stato semplice arrivarci sia a
livello fuoristradistico che organizzativo.
Le piste erano e sono durissime e mettono a dura prova
le parti meccaniche dei mezzi ed alcune parti del
corpo dei viaggiatori. Bisogna avere scorte sufficienti
di viveri e carburante in quanto per centinaia di
km non si trova nulla. Scorte di filtri gasolio per
il congelamento dello stesso, nonostante gli additivi
usati.
E’ successo che al paesino di Uyuni all’improvviso
mi si è fermato il mezzo senza che si riavviasse
più. Sono andato da Pascual, l’unico
meccanico, che ha creduto bene di rimandare l’intervento
al mattino successivo visto che ormai erano le cinco
de la tarde.. Ci ha lavorato tutto il giorno dopo
smontando l’alternatore, aprendolo e lubrificandolo.
Ma il Daily non si riaccendeva. Telefonate continue
in Italia con il satellitare, ma non se ne veniva
a capo.
Ma ecco che vedo all’improvviso Pascual cominciare
a darsi colpi in testa ed a sorridere nonostante la
sua discrezione e riservatezza. Praticamente, per
gli scossoni sopportati, si era solo tranciato il
negativo della batteria a massa. Meno male.
Comunque una giornata di lavoro che alla fine mi è
costata l’equivalente di 12 Euro.
LAGUNE COLORATE
Dovendo uscire dalla Bolivia verso il Cile abbiamo
optato per la pista delle lagune colorade.
Pista durissima, piena di buche e massi con molta
calamina (tole ondulè) che hanno messo a dura
prova le macchine. Di contro abbiamo attraversato
paesaggi incredibili nella loro bellezza : alberi
di pietra, molti vulcani attivi e multicolori vallate,
salite improvvise, lagune di diverso colore, l’azzurra,
la colorada, la verde ecc.. Il colore è dato
dai minerali fuoriusciti con le colate dai vulcani
circostanti.
Ma la meraviglia è stato trovare a queste altitudini,
oltre i 4.000 metri, fenicotteri rosa con bordature
nere.
Ero convinto che fossero uccelli da climi caldi avendoli
trovati a migliaia in Kenya e Tanzania ai laghi Nakuru
e Bogoria.
In Bolivia vengono anche chiamati fenicotteri di ghiaccio
perché, si dice, che date le bassissime temperature
notturne, anche - 20°, possano con le loro zampe
rimanere intrappolati nel ghiaccio.
Scenari favolosi difficili da raccontare ma solo da
vedere, magari attraverso le foto in apposite riunioni.
Dopo aver sbrigato le formalità di frontiera
in un ufficio situato all’interno di una miniera
a 5.100 metri s.l.m, scendiamo verso la laguna verde
che si trova al confine del Cile ed è sormontata
dal vulcano Licancabur alto 5.960 metri, dopo aver
seguito a distanza un gruppo di vigogne che ci precedeva
lungo la pista.
CONCLUSIONI
Abbiamo percorso in Bolivia circa 3.500 km, trovando
un paese povero, ma dignitoso. Ultimo paradiso non
ancora contaminato dal turismo di massa, che, a parte
il mare, propone montagne tra le più alte del
mondo, vallate fertili, altopiani desertici, lagune,
vulcani, fiumi e foreste amazzoniche, salares, animali.
Così come arte precolombiana, coloniale, religiosa.
Insomma un vero eden per il turista un po’ avventuroso.
Paese che una volta conosciuto si lascia malvolentieri.
Il prossimo articolo riguarderà il Cile con
i suoi 5.000 km, da Nord a Sud, la contemporaneità
delle 4 stagioni, le sue città, le isole di
Chiloè, con le sue particolarissime chiese,
la Carretera Austral e molto altro.
Buon Natale eFelice Anno Nuovo da
Partecipanti: Valentini Aurelio
e Luppola Rosalba Sangiorgi Luciana, Caso Giuseppe
e Andreoli Ignazio
Veicoli: 3 Daily Iveco 4x4 e 1 toyota
Preparazione dei mezzi : - Egidio
Di Donato c/o Grenn Park, Via Ardeatina 802 Roma.
-Officina Iveco di Pomezia
Telefono satellitare Universat srl , Via Portuense
95 00195 Roma Modello motorola palmare.
Pneumatici 9 00 16 della PeSa gomme srl di Ponte San
Giovanni ( PG )
GPS Street Pilote della Garmin
N.B. L’articolo per ragioni di spazio non è
corredato dalle fotografie fornite dall’autore
(che potrete vedere pubblicate sulla “Farfalla”.
Ce ne scusiamo con gli autori e con i lettori. Il
responsabile del sito