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ROMA E LE SUE ACQUE
CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
BREVE CARRELLATA SULLE OPERE
D'ARTE RELATIVE ALLE FONTI DI APPROVVIGIONAMENTO IDRICO DELLA
NOSTRA CITTÀ' DALL'EPOCA ROMANA AI GIORNI NOSTRI.
L'idea di porre mano ad una breve e sommaria descrizione delle
opere idrauliche che consentirono e consentono oggi l'approvvigionamento
di acqua potabile della città di Roma mi è venuta
in mente, quale socio dell'Assocampi, pensando all'interesse
che le stesse opere destano in noi quando le osserviamo sotto
l'aspetto artistico e funzionale. Infatti noi facciamo camperismo
itinerante che ha, fra gli altri scopi, anche quello di visitare
i siti artistici e paesaggistici del nostro paese e anche
quelli oltre confine.
Allora ho pensato che avremo avuto occasione di vedere opere
realizzate dall'ingegno umano elevarsi dal suolo e ci saremo
chiesti che cosa fossero e a cosa servissero.
La descrizione che segue vuole essere un contributo di cultura
per coloro che non conoscono l'argomento ed uno stimolo ad
apprezzare l'elemento acqua quale fonte essenziale di vita
e salute.
Premetto che mi sono appassionato all'argomento nel corso
della mia attività lavorativa, in qualità di
geometra, in ACEA. Questa passione mi ha spinto ad approfondire
le mie conoscenze nel campo del rifornimento idrico della
città, dal periodo della Roma Repubblicana ai giorni
nostri in cui l'Azienda ha esteso l'alimentazione idrica al
litorale tirrenico, fino a Civitavecchia
Articolerò la trattazione dell'argomento in più
parti, iniziando dalle opere idrauliche di epoca romana, per
finire con la descrizione delle opere che consentono l'arrivo
dell'acqua nelle nostre case.
In questa prima parte sarà pertanto trattato l'argomento
su Roma come REGINA AQUARUM fin dal periodo repubblicano (
509. a.C.).
Molti di noi, ed io per primo, essendo romano di adozione,
ci siamo chiesti che cosa fossero quei tre cunicoli che si
aprono nell'attico di Porta Maggiore. Ebbene sono gli spechi
degli acquedotti Marcio, dell'acqua Tepula e dell'acqua Giulia,
nei quali scorreva l'acqua proveniente dalle sorgenti orientali
dell'Urbe, opportunamente mascherati nella trabeazione dell'arco,
per la necessità di mantenere la quota di scorrimento
nell'attraversamento di via Prenestina e poter raggiungere
l'Esquilino e dintorni.
A fianco di Porta Maggiore si vede la cinta muraria dell'Urbe:
alla sua sommità c'è un cunicolo a passo d'uomo
nel quale scorreva, fino a pochi decenni fa, l'acqua Felice,
il cui nome deriva dal Papa Sisto V Felice Peretti (sec. XVI
) che ripristinò l'antico acquedotto romano.
Altro esempio di architettura a scopo idraulico e di particolare
suggestione nel paesaggio della campagna romana sono i resti
dell'acquedotto Claudio costruito sotto gli Imperatori Caligola
e Claudio ( 38-52 d. C. ). Nel tratto tra Capannelle e Roma
Vecchia esistono ancora ben 130 archi integralmente conservati
per una lunghezza di circa 1000 m. e dell'altezza di 17 m.
Vale la pena rilevare a proposito del tracciato degli acquedotti,
la maestria degli ingegneri di allora riguardo alla valutazione
dell'andamento altimetrico del terreno in funzione della costruzione
dell'acquedotto, in quanto la sua pendenza doveva garantire
lo scorrimento dell'acqua a pelo libero, che vuol dire non
a pressione, fino alle piscine limarie nella città
(cioè vasche di ripartizione).
Pochi forse sanno che le mure che costeggiano Via Aurelia
all'altezza di Villa Pamphili sono percorse in sommità
dall'acquedotto Paolo che fa bella mostra di se nel Fontanone
del Gianicolo (sec. XVII ). L'opera non è altro che
il ripristino funzionale dell'acquedotto di Traiano ( I sec
d.C.), che aveva origine dal lago di Bracciano, in località
Vicarello. Ancora oggi si possono intravedere alcuni tratti
di acquedotto appena affioranti dal terreno, a margine della
strada lungolago. Si pensi che i Romani furono in grado di
calcolare che l'acqua sarebbe giunta in città scavando
un cunicolo per circa 16 Km. e con una pendenza sufficiente
a farla scorrere dalla quota del lago fino al Gianicolo.
Infatti ogni acquedotto romano alimentava i vari quartieri
dell'Urbe in relazione alla loro quota terreno, essendo Roma
costruita su sette colli. Quale dato tecnico si può
dire che nella Roma Imperiale ( da Giulio Cesare -44 a. C.
ad Alessandro Severo - 226 d. C. ) la città era popolata
da circa un milione di abitanti e disponeva di ben 11 acquedotti
per una portata complessiva di circa 13500 lt./sec.
L'acqua veniva distribuita a quota terreno alle fontane lungo
le strade e ai bagni pubblici e la sua abbondante disponibilità
era continuamente utilizzata per l'igiene delle strade e il
lavaggio della rete fognaria .
A confronto dei dati di cui sopra , giova considerare che
attualmente la città dispone di una portata idrica
di circa 20000 lt/sec. che consente una dotazione pro-capite
di circa 400 lt/abit/giorno. Questo per far rilevare la priorità
che i Romani davano alla salubrità della vita ottenuta
anche attraverso l'uso di abbondanti risorse idriche da utilizzare
ad uso potabile, igienico e termale.
Le Terme di Caracalla, di cui oggi possiamo ammirare solo
gli imponenti ruderi, non sono altro che le costruzioni che
ospitavano i servizi pubblici relativi all'uso dell'acqua
come frigidarium, tepidarium, calidarium e sudatorium.
Ancora più grandiose erano erano le terme di Diocleziano:
la consistenza dell'esedra amplissima appare riconoscibile
nella disposizione della piazza detta appunto dell'Esedra
(oggi piazza della Repubblica); dal tepidarium di allora è
stata ricavata da Michelangelo la basilica di S. Maria degli
Angeli che dell'antica costruzione conserva le colonne e le
volte a crocera del soffitto.
Molti a Roma si saranno chiesti il significato del termine
''acqua Vergine'', visto che non prende il nome nè
da un Console nè da un Imperatore. La tradizione vuole
che il nome derivi da una Vergine che ne scoprì le
sorgenti nell'agro di Salone sulla via Prenestina . L'acquedotto
Vergine fu costruito sotto Marco Agrippa nel 19 a. C. e andava
a servire la zona bassa dell'Urbe (via del Corso). Nel suo
percorso urbano attraversava in galleria profonda via Salaria
, Villa Borghese e scendeva a S. Sebastianello (piazza di
Spagna ).
Anche nelle terre di conquista i Romani realizzarono imponenti
opere idrauliche per alimentare quelle popolazioni e nel contempo
garantire alle legioni militari condizioni di vita salubri
anche lontano dall'Urbe. Sono esempi notevoli in questo campo
l'acquedotto di Segovia, in Spagna, le cui maestose arcate,
emblema della città, dominano l'ingresso della città
vecchia . In Provenza, il Pont du Gard (19 d.C.) è
una imponente opera dell' ingegneria romana di ben 275 m.
e tre ordini di archi sovrapposti ; fa parte dell'acquedotto
voluto da Agrippa per alimentare la città di Nimes,
chiamata appunto la Roma francese per i suoi antichi monumenti
numerosi e ben conservati.
Benito Ristori
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